La massaia che scoprì lo squirt

Sssplush affonda il mocio nel secchio carico d’acqua miscelata a candeggina in proporzioni adeguate, strumento igienizzante di micidiale efficacia, adatto per detergere il lungo corridoio di una vecchia casa anonima di uno dei tanti quartieri popolari non più vecchi di una settantina d’anni (siamo in Italia), e terminato il corridoio passerà il fidato mocio ben strizzato nella cucina e nel salotto. L’intera casa diverrà linda e lucida grazie alla signora Menarca, che per garbo è giusto non ricordarne l’età, ma che è convenevole denominare signora, perché sa essere decisa nei modi e inflessibile, come una sbarra d’acciaio dipinta di fiori.

La signora Menarca occupa così un pomeriggio di una giornata qualsiasi, una giornata primaverile, e si sa che in primavera la casa va pulita da cima a fondo. (Ma nelle altre stagioni le attività della signora non erano poi così differenti: puliva ordinava stirava, puliva ordinava stirava). È sola in casa, il marito lavora, tornerà in serata e come ogni sera, lui che porta la pagnotta in casa, troverà pronta la cena preparata con sapienza e grazia dalla moglie la signora Menarca. Una figlia è da un’amica, ha detto che chiamerà più tardi per dire che va tutto bene. Un altro figlio sarebbe tornato solo nelle vacanze estive: è emigrato in un paese estero, lavora per conto di un’azienda di trasporti, è autista di camion, un lavoro abbastanza duro. Si spera riuscirà a tornare ad agosto per un paio di giorni. Il piccolo della famiglia è dalla nonna materna, e una sorella segue i corsi all’Università, studia Scienze dell’educazione. Quattro figli per il momento. Afferra l’asta di legno pressato e con leggera virulenza dà la prima passata di mocio.

Sembrano i tentacoli di un polpo le striscette di cotone che vanno a tangere i bordi della base dei mobili dall’aspetto severo e antico, legno scuro robusto che appesantisce gli spazi come il suono di un trombone, e il dorso dell’asta del mocio ripercuote suoni secchi sbattendoci sopra. Che fatica. Inzuppa ancora nel secchio, strizza, ripassa la parte finale, entra nella cucina. Movimenti precisi e cadenzati a ritmo di noia, non cambia mai.

Osserva un momento fuori dalla finestra la signora Menarca, un sole signorile e un po’ pavido le solletica il viso. Il sole e il vento leggero che quando esce fuori al balcone la scuote, sono le poche e rare attenzioni che il mondo le riserva. E i fiori, anche, i pochi alberi rimasti, fuori nel quartiere, costretti in quadrate e strette aiuole nei marciapiede. La primavera regala qualche gioia odorosa. Osserva fuori e sogna ma ritorna presto al suo dovere: il pavimento della cucina non si deterge da solo (i fornelli, i piatti, le stoviglie, aveva già lavato tutto precedentemente).

Le piccole e belle mani interessate da una incipiente artrite reumatoide stringono questo fedele mocio, che affoga negli stessi movimenti dentro l’acqua adesso più intorbidita contenuta nel secchio, posizionato davanti la porta che apre al corridoio quasi a delimitare un’area protetta inaccessibile. A testa bassa la signora Menarca, sul viso le carezze calde del sole che generoso le sfiora anche il collo reso evidente dai capelli annodati in un modesto bulbetto, prosegue la sua routine domestica. Terminata la cucina, decide di riposarsi finalmente un paio di minuti, va a sedersi sul divano in salotto.

Questa volta non accende il televisore. Tutta la casa anche prima era accompagnata da un perturbante e inconsueto silenzio, rotto soltanto dalla presenza della signora Menarca. Che, ora seduta sul divano, rilassata, pensa come non le era mai capitato. Saranno stati i raggi di sole dalla finestra che si interessavano a lei, l’improbabile lascivia ispirata dalla forma del mocio, la sua momentanea solitudine, o tutte queste cose fuse insieme, ma la signora Menarca pensava, e mentre pensava, quelle sue belle mani che avrebbero meritato più cure andavano a insinuarsi, quasi senza che se ne accorgesse, un po’ dappertutto sulla sua persona. Indossava una tuta aderente in materiale semisintetico, di color viola spento, una felpa con zip. Come fosse qualcun altro che era intenzionato a provocarle piacevoli sussulti, lei non sapeva spiegarselo, le sue mani andavano su e giù. Belle e piccole mani. Era sola e forse sarebbe potuta restare sola in quel momento e in pochi altri e basta; forse fu il suo istinto, si decise, volle andare fino in fondo. Una mano apriva la felpa, dalla canottiera leggera scopriva un seno. L’altra premeva dove il calore era più intenso. Piano, piano, piano, piano. Con delicatezza. Un momento di pace riconquistata, un contatto con se stessa smarrito da chissà quanti secoli. Poi non pensò più, fu tutto spontaneo, le mani andarono per conto loro. Abbandonatasi sul divano, la testa inclinata verso dietro, dalla bocca respiri sempre più stretti. Sentiva caldo.

Divenne temeraria e le carezze pretesero maggiore energia. Si sfilò di poco la tuta per stare più comoda, fingendo forse di mostrarsi a qualcuno… Così, con le gambe piegate verso l’alto strette nella tuta e l’aria che le baciava la vulva, continuava, strofinava, e apriva, e metteva due dita dentro e pareva vi avesse smarrito qualcosa che doveva trovare, e sentiva caldo e si avvicinavano morbide convulsioni e premeva e premeva sul bottoncino magico e l’altra mano sul seno a stringere il capezzolo e non riusciva più a fermarsi e d’improvviso, una sensazione mai provata, qualcosa che premeva da dentro, come dovesse fare la pipì, calore intensissimo, un grido smorzato, plps-plps-plps-plpsh… Liquido incolore spruzzato con arrogante impeto, giunse almeno a un metro e mezzo da lei, piovuto sul pavimento. Schizzi inesauribili, potenza ancestrale della Natura. E fu la pace. Si guardò il palmo della mano brillante interamente bagnato e si sedette dondolando in avanti, guardando pure la macchia scura sul lembo del divano, appena dipinta, provando imbarazzo. «Ma che è successo?» – pensò, e davvero non ci credeva. Era stata lei? E come era accaduto? Una certezza aveva: fu bellissimo. Sentiva come se tutto l’amore dell’Universo le fu posto da un’entità potente e gentile, dedicato soltanto a lei. Fu un momento di consapevole nulla. Durò poco però. Si ricompose e andò in bagno. Guardò la sua preziosa intimità generosamente dispersa sul pavimento in chiazze e gocce. Riprese il mocio e asciugò tutto. Terminò di pulire casa, come sempre, senza rivelare questo segreto a nessuno, prigioniera delle pressioni familiari. Puliva ordinava stirava, puliva ordinava stirava. Non accadde mai più.

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