Mme piace ‘o cappiello ca tien’…

Mme piace ‘o cappiello ca tien’.

Dovrebbe essere chiaro il significato. È necessario trascriverlo in italiano formale? Non credo. Forse andrebbe chiarito in quale contesto è stato detto, in che tono, da chi, quando, a quale destinatario. (Vorrei conoscere poi le motivazioni, sinceramente, ma ogni volta devo per forza dedurle, giungere a una spiegazione per sola astrazione mentale, cercando dovunque una risposta).

Il destinatario ero io. E non mi ha offeso, nessuna emozione ha turbato quel veloce e inaspettato scambio di opinioni, anzi di giudizi. Sono felice di questo: queste infime, limitatissime storture del mondo con sempre maggiore difficoltà turbano un piccolo stato di grazia trovato dopo molto, molto tempo. Forse tornerò su quest’ultimo punto, più tardi. Ero in bicicletta diretto verso casa, in una via del centro di Bologna. Con un tono ovviamente sarcastico, l’amico in compagnia di amici ci tiene a farmi sapere che il cappello che indossavo (un cappello di feltro di manifattura artigianale, un “borsalino” per intenderci. Vale molto più dell’elettorato del M5S. Perdonate questa immotivata parentesi) era da lui molto apprezzato. L’accento era molto, molto familiare…

Allora mi fermo dopo due metri, ed ero sereno, mi sentivo tranquillo, e dopo anche ho provato vergogna per essermi fermato, mi rivolgo all’amico e nella mia mente è sempre chiaro il concetto, ma la voce resta bassa e non lo faccio apposta, non ci penso subito, chiedo all’amico da dove viene: non sente quello che ho detto, intanto un altro come a voler giustificare o per evidenziare il concetto, dice qualcosa su questo stile così particolare (che ha una motivazione, questo “stile”, riguarda un modo di essere degli uomini del Sud, ma non lo devo dire a voi, già sono banali queste frasi), allora si avvicina, io gli chiedo da dove viene, ero sereno ma sento di aver esercitato una violenza ferocissima, l’amico non era una persona cattiva, figuriamoci, mi risponde (e lo immaginavo, perché poi volevo dire che io venivo da…) che «Da Napoli» e poi mi saluta e sembrava spaventato, o iniziava ad avere paura, o forse ha pensato chist’ nun sta bbuon’ c’ ‘a capa, meglio ca mme ne vaco. Ero sereno, tornando a pedalare, ma sentivo di aver esercitato una sottile e brutale violenza. Ma questa non è una confessione. Se vuoi giocare io accetto il gioco, quantomeno non lo rifiuto.

Tra meno di due mesi saranno cinque anni che vivo a Bologna. Non dirò adesso che si deve venire a Bologna per vivere: nel mio percorso è stata una cosa che mi ha salvato, letteralmente. Nel mio percorso. Se tu stai pensando, e mettiamo che anche tu sei meridionale, di andartene a Mosca, o in Irlanda o altrove, vattene, immediatamente. Qualunque sia la motivazione. Quello che si guadagna è incommensurabile. Certo dipende, ognuno fa il suo percorso, magari sono cose da niente, ma tu vai altrove, anche solo per farne esperienza. Da gennaio prossimo sono cinque anni che vivo a Bologna. Anche se è stato un viaggio [interruzione improvvisa, impossibile trascrivere il pensiero!] e soprattutto perché non so campare e non sempre tengo genio di uscire con le altre persone, di fare vita sociale (anche se potrei tranquillamente atteggiarmi di conoscere persone che vi mettono le pezze in capa a tutti quanti), a Bologna puoi conoscere gente che viene da tutto il mondo. Veramente. Dall’Europa, dall’Asia, dall’Africa, dalle Americhe. (Almeno secondo me: avete presente quel discorso della competizione e della globalizzazione? Ho riscontrato più competizione nelle realtà medie della provincia, dove le diversità sono assai ridotte, si bisticcia tra paesini vicini, e si va avanti a esaltazioni di ego. Perché io vengo dalla provincia e [interruzione improvvisa, mannaggia santa!]…). Ho parlato con ragazzi tedeschi veramente simpatici. Non posso dire cosa mi hanno detto alcune ragazze anche loro della Germania, ma erano cose benevole. Una che veniva mi pare da Bristol o forse Manchester era proprio alla mano. Cinesi che ridono sempre. Una donna giapponese in abito tradizionale. Persone dal Pakistan, tra cui un fidatissimo fruttivendolo vicino casa (tiene la meglio roba). Conservo un ricordo molto caro della comunità eritrea. Che bello! E insomma a Bologna c’è un po’ tutto il mondo, è una “piccola Europa”, per me. Ebbene, in quasi cinque anni qui, le persone che più mi hanno rutt’ ‘o cazz’ sono stati conterranei, o di regioni adiacenti.

E questo mi addolora. (Anche se devo dire che – ovviamente – molti sono in gamba, che hanno una loro vita, dei loro progetti, e le persone migliori sono quasi sempre donne. A parte quella casalinga salentina che viveva prima in casa… vabbuò). Non sento di dover concludere con una morale e nemmeno riesco a trovare un significato a tutto questo (anche perché sono cose da niente, che riguardano insicurezze di quelle persone). Però è curioso: persone “del Nord” (si sa, fredde e antipatiche) che Buongiorno buonasera mi scusi prego signore!, e poi conterranei che ti sfottono, o per motivi loro tentano di danneggiarti. Tutti simpatici e altruisti. E quanto è banale e patetico stare ancora a parlare di Nord e Sud (almeno con questi elementi). Suona anacronistico. Io credo che entro la fine di questo secolo, non voglio essere apocalittico o passare per un folle, ma credo che il Meridione diventerà un deserto (non solo in senso economico, sociale, ma proprio in senso climatico: sarà tutto arido, oltre alla desertificazione già compiuta da cemento e discariche di rifiuti tossici). E diventerà un deserto anche perché siamo in un mondo che cambierà drasticamente le modalità di produzione – forse il futuro non sarà così brutto come si vuole credere – e voi ancora siete mentalmente chiusi in un rione, in un paesello, nel vostro stesso vittimismo, isolati ed esclusi da tutto questo, e vi pare strano uno che se ne sta per i fatti suoi, con un cappello di feltro. E il problema non è che è diverso, ma che chiunque appaia diverso non è come voi, che vi credete il centro del mondo (un modo fin troppo facile e precario per vivere). E intanto, intanto il mondo va avanti, e voi starete sempre arreto.

Vi saluto regalandovi zio Antonio. Non l’ho mai conosciuto, vive come un’aria leggera che soffia di tanto in tanto, nell’archivio personale della memoria. Vedete, questo è un tipo di Uomo del Sud. È un modo di essere. Ci si potrebbe scrivere un libro.

Anche se poi emigrò a Milano…

Zio

 

 

 

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