Lettera d’amore a una paesanotta

Sai, ti scrivo perché sentivo di doverti dire alcune cose. La ragione sta reclamando i suoi giusti pareri e molto si sta prodigando nel condizionare l’attività cerebrale indispensabile per poterti far leggere delle parole dolci, chiare, e appunto: d’amore. (Che poi è pure l’orario). Ma tanto tu sei una paesanotta, hai dei limiti assoluti e ben evidenti, posso anche dire alla ragione di andare altrove, come spesso succede in amore. Sono quasi convinto che tu, nel vedere una qualunque cosa “fatta bene”, sentiresti istintivamente di sminuirla, schernirla, aggredirla con paroline sottili e velenose. Così ti faccio leggere una cosa volgare come te, una lettera d’amore con queste parole d’amore. Come gli uomini di una volta, quei romantici che oggi non ci sono più! A dare un quadro più realistico, gli uomini di una volta non scrivevano lettere, ti tagliavano ‘a faccia, e se pure erano puniti, rischiavano pene irrisorie. Perché non contavi niente; ma che ne vuoi sapere tu, che vivi in una nazione che ti odia.

Sentivo di doverti dire delle cose. Devo però prima vederti, immaginarti, sentirti, collocarti in un contesto preciso. Avverti con la tua sensibilità casereccia  dello sprezzo nel leggere paesanotta, è vero? In amore funziona così, e tu lo sai, tu vivi nell’amore, aspetti l’amore, tutta la tua vita è un cercare – in altri – l’amore. Non è tutto perfetto. Dove posso collocarti? Senza alcun dubbio, è facile: tu vieni dalla provincia. Sei una provinciale culturalmente impreparata, un modo signorile per dire che sei ignorante. Lo so che disprezzi i “signori”. I signori disprezzano te. In realtà non ti disprezzano: ti amano di un amore lezzo di sentimenti cristiani: la pietà e la compassione. Tu fai pena e non te ne rendi conto.

Lo so, lo sento che tu sei convinta di essere perfetta, bella, bellissima, affascinante, irraggiungibile, che merita sempre il meglio, e che ha sempre ragione. Questo può anche andar bene finché resti nei ruoli e nei confini definiti della chiavica della gente dove sei cresciuta. Subisci più violenza in famiglia che altrove, ma tu sei ignorante, non te ne rendi conto. Sei bella perché sei il fiore di mamma, gli abbracci di papà, la confidente di zia. Forse la tua realtà è assai più misera e meschina e la tua parentela una pozza di cafoni che vivono impedendo agli altri di vivere – l’anima della provincia. Ti sto solo immaginando. Se sei convinta di questo, allora è meglio che resti nel caldo rassicurante della casa dove vivi. Quella casa che conosci bene, dove passi gran parte del tempo. È allo stesso momento lo scrigno e il carcere della tua anima disgraziata e infantile. Il mondo ha bisogno di una cretina che lava a terra e cucina; contaci. Se sei convinta di questo, che sei perfetta e irraggiungibile, meglio che resti dove sei: il confronto con il mondo potrebbe essere per te, per una provinciale, una botta in faccia diretta, precisa, micidiale.

Non dureresti più di due settimane o un mese, a uscire fuori dal paesello (se pure partissi da sola e non con tutta la famiglia al seguito, e non per bisogno, non rischiamo equivoci!, ma per imporre al mondo la mentalità posticcia, gretta, infida della gente di paese. La provincia è fascista, meglio ricordarlo. Come se tutti mangiassero le vostre conserve di pomodoro fatte in casa senza alcuna garanzia). Non sapresti nemmeno dove cominciare. Ti girerebbe la testa a vedere tutte le persone, questo nuovo ritmo di pensieri differenti e progetti di vita altri dal diventare moglie e mamma a tempo pieno, obbligatoriamente. Quanto sei patetica. Crescerai dei figli forti e sani, tu che sì e no hai ‘a terza media. Grazie a te e solo a te! Non andrai da nessuna parte. Nel migliore dei casi sceglierai la comitiva più vile di sfigati con la quale passare le serate, e ti conformerai a loro, certo che lo farai, lo sentirai come un dovere: diventerai come loro. Possiedi l’orgoglio dei ciucci, ma baratterai senza ritegno la tua dignità. Nel peggiore dei casi, tornerai indietro, a testa bassa (e cosa aspetti? mamma ha bisogno di una mano per fare i servizi) oppure, addirittura, e c’è ben poco da scherzare, ti toglierai la vita.

Quante persone hai conosciuto che hanno compiuto questa scelta e non ne avevano alcun motivo serio, per quanto pesante e sporca diventò l’aria che respiravano, in quel momento della loro vita? Quante ne siete che vi ammazzate da sole, che vivete ogni giorno con la morte sottobraccio? Paesanotta, ti pare che il mondo si è fermato per queste persone? Perché dovrebbe fermarsi per te? Ricatta pure il mondo, piangi difronte all’Universo: lui è indifferente. Va sempre avanti. Sei tu che devi scegliere, che puoi andare incontro al destino. No, no, no… tu sei solo una paesanotta. Non sei speciale, non hai alcun talento, sei buona solo a dormire, a spettegolare, a lamentarti, a soffocare nell’invidia di quelle poche persone che realmente si sono emancipate, come quelle tue amiche che sono andate via, senza temere nulla.

Come posso congedarmi, che formula usare? Che ti posso dire: è stata la Donna che è in me che mi ha fatto parlare. Sentivo di doverti dire queste cose. Ma fai finta che non è successo nulla. Il mondo è bello, l’amore ti aspetta, trovati un marito, metti su famiglia, passaci dei bei pomeriggi a guardare la televisione, dopo che hai preparato il pranzo. Un mistero è racchiuso dentro di te e in tutto quello che ci circonda, tu ne sei un tramite, ma sei umiliata ogni giorno, tanto che non te ne rendi conto. Ti saluto allora. Il mondo andrà avanti anche senza di te, come è sempre stato.

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