Ricordo di un pranzo eritreo

Scrissi questo pezzo l’anno scorso, precisamente il 25 maggio 2015, lo pubblicai su Facebook insieme alla foto scattata con lo smarthpone. Lo condivido qui, in questo spazio.

Ieri pomeriggio questa pietanza è stata uno dei più bei regali che mi abbiano fatto, un piatto che mi ha aiutato a nutrire anche un pensiero.

Cibo eritreo

Ero in uno spazio sociale qui a Bologna, cercavo degli amici.
Degli Africani stavano partecipando ad una festa, donne bellissime vestite con i loro abiti tradizionali, delle tuniche bianche ornate ai lembi e il viso cinto da un velo sempre bianco, molti uomini vestiti in bianco anch’essi, la loro persona era semplice ed elegantissima.

All’interno danzavano sulla loro musica, un flusso di abiti bianchi e occhi e capelli neri. Molte bandiere affisse alle pareti: per mia ignoranza non sapevo di quale Paese fossero e quale Popolo rappresentassero, curiosità che desideravo risolvere, ma una bandiera in fondo alla sala dove stavano danzando mi svela il mistero: Eritrea. È il Popolo Eritreo!

Tornando all’ingresso dove è posto un banchetto informativo domando se tutte queste persone in festa sono del Popolo Eritreo, ricevendo una cortese risposta affermativa.
Una donna anziana con un piccolo tatuaggio sulla fronte – una specie di croce, l’avevano molte donne anziane, qualche particolare simbolo forse – mi domanda: “Vuoi assaggiare nostro cibo?”.
Qui inizia un breve viaggio, mi hanno fatto un regalo!

Quello che si vede in foto che sembra una piadina è il pane Eritreo, dovrebbe chiamarsi Injera, che si mangia con le mani insieme alla pasta di legumi (quella purea gialla) che dovrebbe chiamarsi Shino o Ades insieme alle verdure che sono un po’ come la nostra ciambotta (mi perdonino se ho sbagliato il nome delle vivande, ho controllato per quanto è possibile!).

Mi hanno trattato come un signore.
Poche volte altre persone sono state così gentili con me. Come un signore mi hanno fatto sedere per stare comodo, hanno risposto alle mie banali curiosità, mi hanno servito in tutti modi.
È stata una rivelazione: ero ospite a casa mia, nel mio Paese, sono stato trattato come un principe da persone nate in una terra lontana.

Questo mi ha fatto riflettere mentre mangiavo quel cibo molto buono dal sapore tra l’amarognolo e il dolciastro.
Il pensiero è andato alla mia terra, quella dalla quale sono andato via, dalla realtà da dove sono emigrato.
E qui le parole diventano più tristi, molte altre cose preferisco tenerle per me.

Mi sono sentito come un immigrato anche io. Io sono un immigrato.
Ero abituato a sentirmi dire, dai miei connazionali e compaesani, a casa mia, che ero diverso, un tipo particolare, un poco strano, una personalità tutta particolare, Andrea è pazzo, ma cu chi te ‘a faje?, e via così. Mi ero abituato ad essere insultato molto spesso da ragazzini (e molti adulti) di paese, gente tutta uguale in modo angoscioso.
In passato – quando ero più piccolo e conoscevo meno cose – parole simili procuravano una certa sofferenza: ti sentivi fuori dal mondo, dall’umanità.

Ora vengo qua e mi trattano come un signore, e da chi? anche dagli stranieri, da coloro che con un velato disprezzo chiamiamo extracomunitari per fingere di essere tolleranti.
E allora ho pensato, ahimè, a quanto voi, consentitemi di dirlo, siate un popolino di gente meschina, inguaiata e ignorante.

Un popolino afflitto e contorto dal più feroce conformismo, intorpidito dall’ignoranza, dal pettegolezzo e dalla televisione. La vostra umanità si è atrofizzata, seccata, spenta. Non si può tollerare nessun altra realtà che non sia il proprio paesino e paesone, perché ogni realtà diversa ti costringe al confronto, ti mette a nudo, mostra chi sei. E non tutti hanno le palle per affrontare la realtà.
Così ci chiudiamo in noi stessi una volta e per sempre, distruggendo ogni traccia del diverso da noi.

Entrate nel mondo, abbracciate tutta l’umanità. Non esiste altra nazione che l’umanità intera, in tutte le sue forme culturali.

Ringrazio il Popolo Eritreo e tutti gli stranieri per questo regalo che mi hanno fatto!
Il 24 maggio è la festa della loro liberazione.

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