Strabone, “Geografia” (ca. 64 a.C-19 d.C.)

Al Lazio seguono, nell’ordine, la Campania, che costeggia il mare, alle spalle di essa il Sannio, che si estende nell’entroterra fino al paese dei Frentani e dei Dauni, quindi appunto i Dauni, e gli altri popoli fino allo stretto di Sicilia.
Anzitutto dobbiamo parlare della Campania. A partire da Sinuessa, la costa forma un grande e bel golfo, che giunge sino al Miseno, dove si apre un altro golfo molto più ampio del primo, detto il Cratere, che va da Capo Miseno a Capo Ateneo. All’interno di questa costa si estende la Campania, la pianura più ferace di tutta l’Italia: la cingono fertili colline e i monti dei Sanniti e degli Osci. Antioco afferma che questa regione fu abitata dagli Opici e che questi erano chiamati anche Ausoni. Polibio invece chiaramente distingue due popoli, quando afferma che «gli Opici e gli Ausoni abitavano questa regione intorno al Cratere». Altri ancora sostengono che la Campania fu dapprima abitata da Opici e Ausoni, in seguito l’occupò la popolazione osca dei Sidicini e che questi furono scacciati dai Cumani e questi dai Tirreni; ché per la sua feracità la pianura fu sempre molto contesa. I Tirreni, dopo avervi fondato dodici città, diedero il nome Capua a quella che era a capo di tutte. Però, infiacchiti dall’eccessivo lusso, come dovettero ritirarsi dalla pianura padana, così furono costretti a cedere anche questa regione ai Sanniti, che in seguito furono scacciati dai Romani.

Prova della feracità della Campania è che produce la migliore qualità di frumento, intendo dire quel tipo di grano da cui si ricava un fior di farina migliore di ogni tipo di riso e, in poche parole, di ogni alimento a base di cereali. Si dice che alcune delle pianure nell’arco di un anno sono seminate due volte a spelta, una terza volta a miglio, e addirittura, in alcuni casi, una quarta volta a legumi. Inoltre è da qui che i Romani prendono i vini migliori: il Falerno, lo Statano e il Caleno; e ormai comincia a far concorrenza a questi anche il Sorrentino, dopo che, di recente, si è scoperto che si presta bene all’invecchiamento. Del pari, è grande produttrice di olio tutta la regione attorno a Venafro, che è ai margini dell’area pianeggiante.

Le città marittime dopo Sinuessa sono le seguenti. Anzitutto Literno, dove si trova la tomba di Scipione, il primo che ebbe il soprannome di Africano; […] Scorre accanto alla città il fiume omonimo. Così, è omonimo della città presso cui passa, e situata subito dopo, il Volturno. Questo attraversa Venafro e il centro della Campania. Successivamente viene Cuma, vetusta colonia dei Calcidesi e dei Cumani: è la più antica fra quelle della Sicilia e dell’Italia. […] Un tempo esse ebbe grande prosperità, come anche la piana detta Campi Flegrei, in cui si pongono i miti sui Giganti (per nessun altro motivo, probabilmente, che per essere il terreno, a causa della feracità, assai conteso). […] Alcuni sostengono che Cuma tragga il nome da kymata, perché la spiaggia è scogliosa ed esposta ai venti. Vi sono da quelle parti le tonnare più rinomate.
In questo golfo si trova pure una foresta di arbusti che si estende per molti stadi, arida e sabbiosa, che chiamano Selva Gallinaria. Qui i comandanti della flotta di Sesto Pompeo raccolsero gli equipaggi di pirati, al tempo in cui egli sollevò la Sicilia contro Roma.

Vicino Cuma si trova Capo Miseno e, frapposto ad essi, il lago Acherusio, uno straripamento paludoso del mare. Doppiato Capo Miseno, si trova, proprio sotto il promontorio, un porto, e, dopo di questo, un tratto di spiaggia che si incurva profondamente come un golfo e in cui è Baia, con le sorgenti termali adatte per chi ami una vita agiata e per chi voglia curarsi da qualche malattia. Dopo Baia il golfo Lucrino, e, all’interno di esso, l’Averno, che fa una penisola della striscia di terra compresa in linea obliqua tra Cuma e Capo Miseno; ché dall’Averno a Cuma e da questa al mare non resta che un istmo di pochi stadi, percorso da una galleria che li mette in comunicazione. […]

Il golfo Lucrino si allarga fino a Baia, ed è separato dal mare aperto da un argine, lungo otto stadi e largo quanto una strada transitabile con carri, che si dice fu alzato da Eracle, che conduceva con sé le vacche di Gerione. Siccome durante la cattiva stagione era battuto in superficie dalle onde, al punto che era difficoltoso passarvi a piedi, Agrippa lo fece sopraelevare. Il golfo è accessibile a imbarcazioni leggere e non può essere sfruttato come approdo; in compenso la pesca delle ostriche, che vi si pratica, è copiosissima. Alcuni identificano in questo golfo il lago Acherusio, per Artemidoro, invece, è l’Averno. Dicono, inoltre, che Baia ha preso il nome da Baio, uno dei compagni di Odisseo, come Capo Miseno dall’eroe Miseno.
Seguono poi le scogliere di Dicearchia e la stessa città. Questa un tempo era il porto di Cuma, costruito su un’altura; durante la guerra annibalica i Romani vi dedussero una colonia e gli cambiarono il nome in Pozzuoli, dai pozzi che vi si trovavano. Secondo altri, invece, dal fetore che emanano le acque; ché tutta la regione fino a Baia e Cuma è piena di zolfo, di fuoco e di acque calde. […]

Dopo Dicearchia viene Napoli. Già colonia dei Cumani, più tardi ricevette un nucleo di coloni calcidesi e alcuni coloni provenienti da Pitecusse e da Atene, e perciò fu chiamata Nea Polis. Vi si mostra la tomba di Partenope, una delle Sirene, e vi si celebrano giochi ginnici, in ossequio ad un antico oracolo. In seguito i Napoletani, divisi in due fazioni, accolsero in città un gruppo di Campani, e furono costretti a trattare come intimi i loro nemici per eccellenza, dal momento che trattavano come estranei i loro concittadini. Una testimonianza di questi avvenimenti sono i nomi dei demarchi: i più antichi sono greci, i più recenti sono campani misti a greci. A Napoli sopravvivono moltissime vestigia della cultura greca: ginnasi, efebìe, fratrie e nomi greci, sebbene siano Romani. Attualmente vi si tengono ogni cinque anni giochi sacri, che durano parecchi giorni e comprendono gare musicali e ginniche e stanno alla pari con i più celebrati giochi della Grecia. […]

Vicino a Napoli è il castello di Ercolano, con il suo promontorio a strapiombo sul mare, battuto in modo impressionante dal vento di scirocco, ciò che crea un ambiente salutare. Come la contigua Pompei, presso cui scorre il fiume Sarno, Ercolano appartenne agli Osci, poi ai Tirreni e ai Pelasgi, infine ai Sanniti; anche questi ultimi furono scacciati. Pompei, posta a poca distanza dal fiume Sarno, il cui corso è utilizzato per importare ed esportare merci, funge da porto per Nola, Nocera e Acerra, omonima della località vicina a Cremona. Sovrasta questi centri il monte Vesuvio, coperto tutt’intorno, tranne la cima, da estesi campi coltivati. La cima è per gran parte piatta, ma completamente sterile; color cenere all’aspetto, mostra avvallamenti profondi come crepacci, le cui rocce rossastre pare siano corrose dal fuoco. Se ne potrebbe perciò ricavare la prova che quest’area in passato fosse tutta un vulcano e avesse dei crateri il cui fuoco in seguito si spense per mancanza di alimentazione. Questa è forse l’origine della feracità della regione circostante, come – si dice – nel territorio di Catania, dove la superficie coperta dalla cenere eruttata dall’Etna ha fornito un terreno molto adatto alla coltivazione della vite. […]
Adiacente a Pompei è la città campana di Sorrento, da dove comincia a protendersi il Capo Ateneo, che alcuni chiamano Capo delle Sirenusse: sulla punta sorge il santuario di Atena, innalzato da Odisseo. Da lì all’isola di Capri la traversata è breve. Doppiato il promontorio, si trovano le isolette deserte e rocciose che hanno il nome di Le Sirene. Dalla parte rivolta verso Sorrento si possono vedere un tempio e gli antichi doni votivi recativi dagli abitanti vicini, adoratori del sito. Qui termina il golfo denominato il Cratere, delimitato da due promontori che guardano a sud: Capo Miseno e Capo Ateneo. Esso è tutto occupato e dalle città che abbiamo detto e da costruzioni e piantagioni che, frapponendovisi senza soluzione di continuità, danno l’impressione di un’unica città. […]

Nell’entroterra si trova la capitale, Capua. Essa è veramente il capo della Campania, come vuole l’etimologia del nome; ché le altre città, fatta eccezione per Teano Sidicina, la quale è anch’essa ragguardevole, al paragone si potrebbero ritenere senz’altro piccole. Capua e le città che, incominciando da essa, vanno verso Brindisi, cioè Calazia, Caudio e Benevento, si trovano sulla via Appia. In direzione di Roma, invece, si trova Casilino, sul fiume Volturno. Qui si asserragliarono contro Annibale, allora al colmo della fortuna, cinquecentoquaranta cittadini di Preneste e tanto a lungo gli resistettero, che la fame potè indurre a comperare al prezzo di duecento dracme un topo del peso di due mine (il venditore morì di fame, mentre il compratore si salvò). Inoltre Annibale, vedendoli piantare rape presso le mura, si meravigliò, naturalmente, della loro caparbietà, giacché speravano di resistergli fino a quando le rape non fossero giunte a maturazione; e si dice che tutti sopravvissero, tranne pochi che morirono di fame o in combattimento.

Oltre alle suddette, fanno parte ancora della Campania le città di cui abbiamo fatto menzione in precedenza: Cales e Teano Sidicina, fra le quali il confine è segnato dalle due statue della Fortuna innalzate su entrambi i lati della via Latina. E ancora, Suessula, Atella, Nola, Nocera, Acerra, Abella e altri insediamenti ancor più piccoli di questi, dei quali alcuni sono attribuiti al Sannio. […]

Ai Campani è successo di dover provare, per la feracità della regione, benessere e sventure in pari misura. Essi giunsero a tal punto di agiatezza che durante i banchetti chiamavano ad esibirsi coppie di gladiatori, il cui numero era determinato dall’importanza dei commensali. Allorché fecero atto di sottomissione ad Annibale, ospitandone i quartieri invernali, ne snervarono con i piaceri l’esercito tanto da far dire ad Annibale che, nonostante la vittoria, correva il rischio di restare preda dei nemici, dato che si ritrovava i soldati ridotti da uomini in donne. Quanto ai Romani, una volta conquistatili, insegnarono la saggezza ai Campani con una serie di provvedimenti punitivi; per ultimo ne divisero la terra in piccoli lotti. Oggi, comunque, vivono prosperamente, in perfetto accordo con i nuovi coloni, e mantengono vivo l’antico prestigio, grazie alla notevole estensione della città e alla sua popolosità.

Sul mare Tirreno, dopo la Campania e il Sannio (compresi i Frentani), viene il territorio dei Picenti, un piccolo distaccamento dei Picentini dell’Adriatico, trasferiti dai Romani sul golfo di Poseidonia, che ora si chiama Pestano, come la città di Poseidonia, situata al centro del golfo stesso, Paestum. I Sibariti innalzarono una fortificazione lungo il litorale, mentre i fondatori si spostarono più all’interno; in seguito i Lucani tolsero la città agli abitanti e i Romani ai Lucani. Il suo sito però è reso malarico da un fiume che si getta in una palude nelle vicinanze. Fra le Sirenusse e Poseidonia c’è Marcina, una colonia tirrenica abitata da Sanniti. Di là a Pompei, via Nocera, l’istmo non supera i centoventi stadi. Il territorio dei Picenti si estende fino al fiume Silari, che lo separa dall’Italia antica. […] La capitale dei Picenti era Picenza; oggi però vivono in villaggi, essendo stati scacciati dalla città dai Romani perché avevano parteggiato per Annibale. In quella stessa epoca, anziché essere arruolati nell’esercito romano, vennero adibiti a corrieri e messaggeri pubblici, come, per gli stessi motivi, i Lucani e i Bretii. I Romani, inoltre, fortificarono, per tenerli sotto controllo, Salerno, poco all’interno della costa.
Dalle Sirenusse al Silari sono duecentosessanta stadi.

Incisione Strabone Geografia

 

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